La pièce in due atti racconta della romanissima Tullia, in arte Sofia Loren, paurosa, senza sogni e illusioni, con i suoi gusti pacchiani e di Tindara, sicilianissima, detta Occhibeddi, una visionaria, ingenua e con un italiano storpiato, due signore di mezza età che hanno dedicato gran parte della loro vita alla pratica della professione più antica del mondo e che convivono in un appartamento di un palazzo della periferia romana, dividendo l’affitto.
Le due, per l’età e per la crisi di un mercato ormai governato da rampanti ragazze dell’est e trans brasiliani (come Terezinha che vive ed “Esercita” nello stesso palazzo), raccolto un discreto gruzzolo hanno deciso di andare in pensione e sono in procinto di partire in aereo per una vacanza in Egitto, una settimana All-inclusive a Sharm El Sheik. Proprio quando le due “peripatetiche” stanno preparando le valigie, discutono del loro peso e contenuto ed attendono chi le accompagni in aeroporto ecco l’imprevisto: un uomo seminudo, con indosso calze a rete e il volto coperto da una maschera sadomaso precipita nel loro balconcino e da quel momento i loro progetti cambiano.
L’uomo chiede aiuto per uscir fuori da una difficile situazione, si rivela come un importante personaggio pubblico, dialoga, ammalia, convince le due donne ad aiutarlo a fuggire, promettendo una grossa somma di denaro ed una indimenticabile vacanza in un resort alle Barbados, con tanto di fuoristrada a disposizione.
Il secondo atto è un interessante confronto tra la semplicità di Tullia e Tindara, con il loro linguaggio popolare e spontaneo e il comportamento freddo e calcolatore del noto personaggio pubblico, prima intimorito e timido per i suoi insoliti divertimenti e travestimenti e che poi manipola, raggira, tra soldi e discorsi, le due ingenue donne, raccontando dei suoi pantaloni da 33mila euro, dei suoi “servi sciocchi”, della sua solitudine, del suo bisogno di affetto, ostentando la sua superiorità economica e sociale, facendone sfoggio ed impiegando termini che le due donne capiscono a stento. Alla fine, attraverso il liquore “nocino”, i suo argomenti, l’uomo usa Tullia e Tindara, per il raggiungimento del suo scopo e le due sempliciotte, le due simpatiche “donnacce”, che dall’inizio alla fine ci hanno messo la faccia, senza mai fingere, pagheranno a caro prezzo la loro ingenuità popolare nel voler aiutare quel noto personaggio arrivato in casa loro con tanto di maschera.
La commedia, tra battute, gag, telefoni che squillano con suonerie vivaci (azzeccati i brani “Rose Rosse” di Massimo Ranieri e “Tomorrow” di Amanda Lear), con una colonna sonora in tema che è il brano “La favola mia” di Renato Zero, regala tante risate, ma il finale è amaro, come accade spesso nelle opere di Gianni Clementi.
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